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DIFESA DELL’ACQUA

lunedì 14 febbraio 2005

di Viviana Vivarelli

L’acqua è un risorsa, non è una merce.

L’acqua è un bene pubblico e non può mai diventare un bene privato. L’acqua è essenziale e indispensabile per la vita, pertanto deve essere posta nella Costituzione di uno stato civile, come un diritto fondamentale del cittadino, che non può essere privatizzato e non può essere ceduto a soggetto privato da parte di nessun organo dello stato, né locale né nazionale. Le spese di gestione di questo bene devono essere a carico della collettività, che ne deve consentire e garantire l’uso a tutti, senza lucrare su di esso. La difesa dell’acqua non riguarda soltanto gli organi centrali dello stato ma deve essere compito precipuo degli organi regionali. Pertanto non si può ritenere civile quel partito o quell’amministratore sia nazionale che locale che non se ne faccia garante assoluto.

L’attuale sistema di globalizzazione economica sta trasformando il mondo in un agglomerato di merci, in cui anche i diritti fondamentali rischiano di decadere al rango di beni privatistici da mettere sul mercato e su cui poter lucrare. Quando un paese è debole e ha bisogno di aiuti oppure quando un paese è in mano a governi criminali che vogliono far cassa, la Banca Mondiale è disposta a offrire prestiti pur di avere in cambio la privatizzazione dei beni o servizi fondamentali, tra cui l’acqua, così da permettere forti guadagno alle corporazioni che se ne impossessano. Il risultato è un aumento abnorme dei prezzi che impedisce l’uso dello stesso bene o servizio.

In Niger la gestione della rete idrica è stata ceduta alla multinazionale francese Vivendi che in cinque anni ha aumentato il costo del servizio del 19%. La situazione in Bolivia è diventata gravissima dopo che la Banca Mondiale ha spinto il suo governo alla privatizzazione del 97. La popolazione della Bolivia, di fronte ad aumenti del prezzo dell’acqua del 400%, si è ribellata con manifestazioni di piazza, morti e feriti, affinché la gestione tornasse ad essere pubblica. Il presidente Mesa è stato costretto ad emanare un decreto che cancella la concessione dell’acqua alle multinazionali. Questa rivolta segue quella di Cochabamba di 5 anni fa quando i boliviani cacciarono dal paese il gruppo Bechtel. Per due volte i boliviani hanno vinto la loro battaglia. Anche il popolo uruguaiano ha detto di no alla privatizzazione dell’acqua.

Oggi dire bene privatizzabile significa farlo entrare immediatamente nell’economia di mercato di stampo neoliberista, come se non potesse esistere una economia diversa. In realtà l’economia di uno stato civile può e deve essere pubblica, ciò vuol dire che i suoi fini e mezzi devono essere nettamente diversi da quelli di un mercato neoliberista, mirato solo all’arricchimento di pochi. Ci sono beni che sono diritti fondamentali dell’uomo e che non possono assolutamente rientrare nella categoria dei beni cedibili in un mercato. L’acqua è uno di questi e dunque deve godere di un regime particolare, proprio perché è un bene essenziale e insostituibile. Ciò che rientra nei diritti umani non può essere sottoposto alle regole del mercato o dello scambio né può essere regolato alle stregua di una merce.

Un diritto non è una merce.

La collettività ha il dovere di tutelarlo nell’interesse di tutti, deve dunque occuparsi direttamente della sua gestione per impedire abusi e farne godere i suoi cittadini. Non può passare l’idea che ciò che è un diritto fondamentale diventi un qualsiasi bene in vendita. Lo stesso può dirsi per il diritto all’istruzione, alla salute, alla difesa...
Un diritto-dovere è e resta un bene pubblico, la cui tutela e gestione spetta alla collettività nei suoi organi specifici per un interesse collettivo e non può mai diventare un bene privato per un interesse privatistico e personale.

Uno stato moderno non può perdere la distinzione tra bene pubblico e beni privati, se perde questa distinzione è perché i suoi governanti stanno facendo mercato della cosa pubblica e non sono degni di amministrarla.
Il principio dei ‘beni comuni’ è un principio fondamentale di difesa della vita e si sta diffondendo nel mondo.
Di fronte alle minacce di organismi internazionali quali la Banca Mondiale o il WTO (organizzazione mondiale del commercio) e di fronte a governanti privi di scrupoli che, per interesse personale, sono pronti a svendere lo stato, chiediamo che la tutela dei Beni Comuni sia messa nelle costituzioni dei vari paesi.

L’Olanda ha dato l’esempio con una legge che vieta espressamente queste privatizzazioni. Chiediamo a chi si candida per governare l’Italia la stessa garanzia e lo stesso divieto.

Contro l’avidità e l’arroganza delle corporazioni si sta allargando nel mondo un grande movimento di difesa dei beni comuni.

Il 17 e il 20 marzo ci sarà a Ginevra il secondo Forum Internazionale dell’Acqua. Questi grandi Forum Mondiali attestano che si sta diffondendo in tutto il mondo un sentire comune per la difesa di beni e diritti comuni. Su questo fronte stanno schierati economisti, scienziati, sociologi, uomini di cultura, masse popolari.

Se questo sembra insegnare poco ai partiti europei, massimamente quelli della sinistra italiana (visto che la sinistra ha privatizzato l’acqua in Campania), la nostra parte di cittadini ed elettori consiste nel sensibilizzare i candidati politici e amministrativi affinché non eludano il problema ma si facciano garanti della tutela di ciò che è nostro per diritto umano, penalizzandoli col non voto se si mostreranno insensibili o, peggio, se si mostreranno servi di quel neoliberismo di cui vediamo le nefaste conseguenze. Questa sollecitazione deve avvenire in primo luogo verso il sindaco di ogni comune, in secondo luogo verso il presidente della regione, e infine verso coloro che si candidano a capo del governo. L’unica arma che abbiamo, oltre alla diffusione di questo tema, è il non voto.

Il problema dell’acqua è un problema politico. Se la politica lo snobba, deve essere la pubblica opinione a far sì che non le sia conveniente farlo. Il problema tocca la democrazia locale (e dunque anche le elezioni regionali che si terranno tra poco) ma è un principio base della democrazia mondiale.

La cosa che deve essere chiara è che ciò per cui lottiamo per la nostra strada, per il nostro quartiere, per la nostra città, per la nostra regione, per il nostro paese, è ciò per cui lottiamo per l’intero mondo. Non ci sono più battaglie circoscritte, non ci sono più interessi locali. Che i partiti lo capiscano o no, quello che si è messo in marcia non è un ristretto gruppo di interessi ma è l’intero mondo. Se i partiti non capiscono questo, non capiscono nulla.