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Del Piero, il Duce, Pasolini, Bruno e la globalizzazione dell’ideologia

martedì 29 novembre 2005

di Enrico Campofreda

Non è facile rilanciare la memoria nel periodo in cui più incalzante s’è fatto l’attacco e l’intorpidimento di essa per mano di chi col revisionismo taglia, modifica, ricuce la storia e la fa combaciare al proprio restyling politico. Campione dell’impresa è la Destra fascista-trasformista che, riciclata da Berlusconi, ha trovato modo di sfamare gli appetiti di macro-potere in politica nazionale e internazionale. Forte degli uomini della sua propaganda camuffati da giornalisti nella Rai cameratizzata e nei media che non fossero più l’organo di partito o il periodico d’opinione, questa Destra s’infervora nel rievocare i tempi di “quando c’era lui” che - a conferma dei professori revisionisti di casa nostra - non erano né tristi né bui.

La trasversalità del trasformismo è così ampia che quella Sinistra a cui non piace esser di Sinistra aggiunge all’ampio coro qualche suo politico in più: ieri Violante a cercare le ragioni dei “ragazzi” di Salò, oggi D’Alema a insegnare al CNL come doveva trattare Mussolini dopo il 25 aprile.

E’ un quadro perfettamente devastante che prosegue mescolando tutto nel Blob della disinformazione mediatica e dell’incultura, di un’analfabetizzazione scolastica, della banalizzazione di simboli e ideologie, di scempiaggini, indifferenza e nefandezze di moda.

Se il calendarietto del Duce si vende dal giornalaio accanto a quello del Che, di cui per anni s’era già miseramente mercatilizzato il volto, la superficialità dell’odierno vivere pone la questione alla stregua d’un pareggio calcistico. Se tu tieni per il Che come fosse Del Piero io posso tranquillamente tenere per Benito come fosse Totti (non me ne voglia il romanista per il paragone), tranne scoprire che l’apologia di fascismo è tuttora reato.

Ma a chi interessa oggi? Coi La Russa che ringhiano sul diritto di ricordare il capo del fascismo in veste di statista e qualche diessino di turno a invitare di lasciarlo dire perché siamo in democrazia, lo scenario accennato è attualissimo e possibile. Noi amiamo la democrazia, la difendiamo ma fa la stessa cosa quell’ossimoro politico chiamato “Casa della Liberta”?

Abbiamo già detto del buonismo di ritorno che vede il Sindaco di Roma e probabile futuro leader dell’Unione intitolare vie cittadine a un extraparlamentare di sinistra e a uno fascista, così da rispolverare sciagurate teorie di opposti estremismi, pareggiare il conto e contentare tutti. Oppure far passare un’idea qualunquista di quelle scelte politiche, mai uguali, in base all’età anagrafica dei giovani. Proprio come la favola dei “ragazzi” di Salò di cui s’è smesso di ricordare che cacciavano e torturavano i partigiani e servivano gli assassini nazisti seviziando e massacrando assieme a loro la popolazione civile. L’operazione delle “targhe alterne” non incrementa la democrazia la infanga, è un po’ come stampare i calendari del Duce e venderli accanto a quelli del Che.

La storia è fatta anche di particolari e quelle menzionate non sono inezie, vanno ricordate, non celate e revisionate. Così come vanno ricordati il ruolo della Dc nel dopoguerra, l’ingerenza americana nella vita nazionale, l’uso di criminali fascisti riorganizzati nel Msi e foraggiati dai Servizi italiani e stranieri, la strategia dello stragismo e dei cosiddetti misteri d’Italia.

La memoria storica non deve servire a fare sensazionalismo per noir televisivi, la memoria più viva e utile è quella che rammenta il passato e non lo falsa riscrivendolo a piacimento ma lo mette al servizio di presente e futuro.

Nel ricordo di molte delle vicende degli anni Settanta di cui si celebrano in questi giorni i tristi trentennali (2 novembre l’uccisione del poeta Pasolini, 22 novembre l’assassinio del militante Piero Bruno) quel che stona è una memoria senza giustizia.
Una memoria che è solo dolorosa testimonianza resta impotente verso precise e accertate responsabilità. Se essa diventa esclusiva celebrazione rischia il plagio dei gattopardi politici, l’incomprensione delle nuove generazioni e l’asfissia. Divulgando il messaggio pasoliniano e l’esempio della meglio gioventù immolata a una vita migliore, gioiosa, collettiva come faceva Piero studente dell’Ostiense, si potranno rilanciare quegli ideali. Per provare a rivivere in pubblico e nel privato simili valori e non appiattire nella globalizzazione dell’ideologia.