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Donne, gay, operai: Fausto Bertinotti polemico con Prodi e Unione

sabato 14 gennaio 2006

Parla il segretario del Prc: alt a Confindustria e Vaticano

di Piero Sansonetti

Fausto Bertinotti dice che l’«alternativa» - cioè l’idea di società che distingue la sinistra dalla destra - si fonda su due pilastri: la questione sociale (i diritti sociali e la condizione sociale ed economica dei lavoratori) e i diritti delle persone.

Le notizie di ieri sono molto preoccupanti. Prima notizia: Confindustria rompe con i metalmeccanici, e quindi i metalmeccanici, dopo mesi e mesi di lotte, rischiano di restare senza contratto (questione sociale gravissima). Seconda notizia: il Papa lancia un’anatema contro i diritti delle donne (prima di tutto il diritto al governo delle proprie gravidanze, dunque del proprio corpo) e contro i diritti dei gay e delle lesbiche ad essere considerati persone uguali a quelle altre persone che preferiscono l’amore eterosessuale. Terza notizia, dopo l’intervento del Papa, il leader dell’Unione Romano Prodi si allinea - almeno un po’ - e si dichiara amareggiato per la manifestazione (si celebreranno simbolici matrimoni gay in piazza) organizzata a sostegno dei pacs (unioni civili tra persone di qualunque sesso).

- Bertinotti, non è una giornata luminosa per la sinistra, ti pare?

Non capisco come la sinistra e il centrosinistra possano non impegnarsi sulle questioni fondamentali: contratti di lavoro e diritti delle persone. E nell’immediato vuol dire: metalmeccanici, aborto, pacs. Se non siamo diversi dalla destra su questi terreni, e se non marchiamo qui la nostra differenza, dove siamo diversi dalla destra? Oltretutto ci troviamo in una situazione speciale. Cioè siamo in presenza di una mobilitazione. Sia nelle fabbriche, degli operai metalmeccanici, sia nella società, delle donne e del movimento dei gay e delle lesbiche. Quindi stavolta non viene chiesto alla politica di individuare dei problemi, e di costruire delle lotte sui quei problemi; semplicemente le viene chiesto di prendere atto di una rottura politica, che c’è, e di raccogliere la spinta e lo spirito espressi dalla società. E’ una grande occasione, no? E’ la via per uscire dalla palude, per prendere in mano le redini della battaglia politica.

- Perché il centrosinistra di fronte a questo panorama così complicato e conflittuale resta immobile? Viene un dubbio: teme di entrare in contrasto con i due distinti "poteri forti" che -forse - sono i veri padroni d’Italia, seppure su piani molto diversi: Confindustria - cioè la grande borghesia padronale - e la Chiesa cattolica. Probabilmente una parte del centrosinistra pensa che non si potrà mai governare senza il loro consenso. Per questo abbassa la voce su problemi che rischiano di offendere gli interessi di Montezemolo o i principi di Ratzinger...

E’ verissimo. Il problema del rapporto con quelli che chiamiamo "i poteri forti" davvero è il problema di fondo del centrosinistra. Tutto il resto discende da come si risolve questo problema. Cioè da come, con quali forze, si decide di costruire il futuro governo: con quale blocco sociale, a difesa di quale alleanza di interessi (sociali, politici, culturali, di genere). Per costruire questo blocco di governo, e quindi per dare futuro e sostanza all’Unione, bisogna partire da qui: il rifiuto del condizionamento dei poteri forti. La lotta ai poteri forti è l’alternativa. Capisci? la Riforma - uso questa parola al singolare - oggi si fa smantellando il condizionamento dei poteri forti e restituendo alla politica il suo spazio, le sue prerogative, i suoi diritti, i suoi doveri.

- Dobbiamo cancellare questi poteri, cioè gli interessi e i valori che essi rappresentano?

No, non è questo il problema. Se ci proponessimo questo scopo sarebbe impossibile una alleanza di centrosinistra. Io non penso affatto a cancellare gli interessi e i valori che oggi sono difesi dalla Confindustria o dalla Chiesa. Per carità. Voglio che sia smantellata la posizione di privilegio, di comando - di dominio - dei poteri che rappresentano quegli interessi e quei principi; e poi voglio trattare con loro, dialogare, scontrarmi, mediare. Cioè voglio fare politica. Rifiuto lo schema nel quale si prendono ordini.

- Quindi non sei contento della dichiarazione di Prodi ("sono amareggiato") che è suonata come un attacco frontale alla manifestazione per i pacs che si terrà oggi a Roma?

No, non sono contento, E’ chiaro. Mi colpisce soprattutto il termine usato da Prodi: "amareggiato". Perché amareggiato? Non capisco. Vediamo come stanno le cose.

1) I pacs sono nella prospettiva di governo dell’Unione, accolti da tutti.

2) Alcune organizzazioni e associazioni decidono una mobilitazione a sostegno di questo obiettivo, che è un obiettivo dell’Unione, della quale Prodi è il leader.

3) Posso persino capire se Prodi dicesse: "dissento da questa manifestazione, non mi pare opportuna". Penso che sbaglierebbe a dissentire ma riconoscerei il suo diritto al dissenso.

Ma perché amareggiato? Come può provocare amarezza una azione di politica, un movimento che si schiera (con le forme proprie, quelle che ritiene opportune) a difesa del tuo programma di governo?

http://www.liberazione.it/giornale/060114/default.asp

Messaggi

  • “SIAMO USCITE DAL SILENZIO”
    a cura di Paolo De Gregorio – 16 gennaio 2006

    In questo universo taroccato dove informazioni o dichiarazioni risultano fasulle, mi fa piacere vedere lo striscione più importante della manifestazione di Milano di sabato 14 gennaio a difesa della 194 che dice una “verità”: siamo uscite dal silenzio.
    E, infatti, visto che lo ammettono le donne stesse, questo silenzio assordante vi è stato per molti anni e proprio grazie a questo disimpegno sono riuscite manovre quali l’appoggio elettorale delle casalinghe organizzate a Berlusconi, il ritorno centuplicato della “donna oggetto”, fino alle sortite della Chiesa che da qualche anno attacca la legge sull’aborto, osteggia la pillola abortiva Ru 406, ha fermato il referendum sulla fecondazione assistita, osservando che “le donne” riempiono le Chiese e piazza San Pietro, invece delle piazze.
    Eppure è da lungo tempo che la politica si è chiusa nel “Palazzo” e vive nel suo teatrino quotidiano di esternazioni, dichiarazioni, smentite, mediazioni sottobanco e non ha più alcun rapporto con le esigenze dei cittadini, che non hanno neppure il conforto di conoscere il programma politico di coloro che gli chiedono il voto.
    I movimenti nati in questi anni hanno cercato la scorciatoia del “dialogo” con la politica tradizionale e da essa sono stati consumati, respinti e ridicolizzati.
    Personalmente sono convinto che solo la partecipazione politica di grandi masse su problemi chiari, concreti, specifici, non ideologici, con caratteristiche nuove rispetto alla politica dei “professionisti a vita”, da Prodi a Bertinotti, può ottenere risultati.
    Le “caratteristiche nuove” devono riguardare la questione della classe dirigente.
    In primo piano devono risultare i programmi, chiari, seri, analitici, comprensibili per tutti, condivisi da moltissime persone, e approvati in modo nuovo (Internet) da tutti coloro che decidono di uscire dalla passività per una politica nuova senza deleghe in bianco per nessuno.
    Un eventuale ingresso in Parlamento di una politica nuova deve mettere dei paletti invalicabili: i suoi rappresentanti sono solo dei portavoce e relatori di un “programma” che è stato analiticamente deciso, discusso e votato da coloro che tengono in piedi il movimento, e dopo una legislatura vanno a casa e non sono rieleggibili.
    I sudditi hanno bisogno di capi carismatici a cui ubbidire, i consapevoli vogliono ottenere ciò che chiedono e che hanno partecipato ad elaborare.
    Grandi movimenti di donne, pacifisti, no global, devono trovare un comune denominatore su un nuovo modo di far politica, fondato sugli obiettivi (pochi e chiari), la partecipazione organizzata, la continuità dell’impegno, la personale coerenza, e la convinzione che le cose si ottengono solo in questo modo e non delegando.
    Sarebbe importantissimo che proprio le donne mettessero in piedi un loro movimento capace non solo di difendere leggi e conquiste, ma capace di intervenire nel profondo della realtà femminile, denunciando il ruolo della Chiesa contro tutte le donne e la loro autodeterminazione, combattendo tutti i modelli della bellezza e della moda fino al chirurgo plastico che rendono le donne schiave dell’estetica, sottraendole al buio della predizione di maghi e fattucchiere e alle paure su cui soggetti come Vanna Marchi hanno lucrato, facendo fare un salto di qualità a tutte le donne che devono votare solo per un programma in cui si riconoscono e solo le persone che lo hanno elaborato.
    Paolo De Gregorio