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E’ iniziato ieri a Venezia il seminario di Rifondazione comunista, una buona lezione di nonviolenza

lunedì 1 marzo 2004

di Rina Gagliardi

Venezia-San Servolo

Chissà come deve essere bello, dall’aprile in poi, questo angolo di laguna -
l’isola di San Servolo, oggi sede della provincia veneziana - ora immerso in
una pur fascinosa luce invernale e in un non meno fascinoso clima nevoso.
Una struttura "aperta", con edifici diversi separati da un ampio giardino,
dove ci si può riunire per riflettere, studiare, discutere e nutrirsi. In
origine, era stata concepita per ospitare un "Centro di salute mentale",
ovvero un manicomio, per chiamare le cose con il loro nome più crudo e
veritiero. Sarà un caso che proprio in un luogo simbolico della segregazione
violenta si svolga in questo weekend il convegno di Rifondazione comunista
dedicato al tema "Agire la nonviolenza"?

Se di coincidenza si tratta - come
ha detto Patrizia Sentinelli presentando i lavori - è certo una felice
coincidenza. Come forse può apparire singolare che un partito politico, in
un momento politico e sociale così difficile, intenso, complesso, "investa"
due giornate quasi piene in un appuntamento seminariale (dove non si decide,
non si vota, non si designano candidati alle elezioni) e riunisca una parte
significativa dei propri quadri e del proprio gruppo dirigente su un tema
così "epocale" come la nonviolenza (senza trattino). Un lusso? Una fuga
dalle scadenze dell’immediatezza? Vivaddio, la dimostrazione pratica che la
politica, se vuole essere una forma alta e nobile dell’agire umano, deve pur
trovare il tempo - i tempi e i modi - di affrontare proprio i problemi di
fondo e dispiegare fino in fondo le sue capacità critiche e innovative. Come
il rapporto tra i fini che si perseguono e i mezzi che si impiegano per
ottenerli - alla luce dell’esperienza ambivalente del ’900, dei fallimenti e
delle sconfitte, ma anche delle molte lezioni positive attuali.

Come appunto
il nesso tra rivoluzione, ovvero trasformazione radicale dell’esistente, e
nonviolenza, alla luce - come si legge nel documento di invito predisposto
dal Prc di Venezia e del Veneto - «della illimitata capacità di violenza del
liberismo armato» e della volontà dei nuovi movimenti di «generare un altro
mondo solo da una forza opposta e rovesciata altrettanto grande». Un’idea
che mette in gioco l’eredità terzinternazionalista della conquista violenta
del potere statuale come unico sbocco credibile della nostra lotta. Ma che
rovescia, a sua volta, anche il senso moderato, gradualista, in fondo
subalterno, delle battaglie pacifiste e non violente.

A riflettere su questo ordine di questioni, di cui già a lungo si è
dibattuto sulle pagine di questo giornale, e le loro complesse implicazioni
di lungo periodo, ma anche di totale attualità, sono comunque venuti in
tanti - un po’ più di trecento. Molti i giovani, molti, ovviamente, i
dirigenti nazionali e "periferici" di Rifondazione comunista, molte - non è
un caso - le donne. E molti gli interlocutori di movimento, non solo tra i
relatori: singoli intellettuali, esponenti del movimento nonviolento (da
Daniele Lugli a Pietro Pinna, storico primo obiettore di coscienza
italiano), cattolici protagonisti del pacifismo attuale, come don Albino
Bizzotto (fondatore dei "Beati i costruttori di Pace"), Massimo Valpiana,
don Gravaglia, verdi e rossoverdi di varie sfumature. Dopo le relazioni
introduttive della mattinata, il pomeriggio si è concentrato in lavori di
gruppo, dedicati a temi di grande significato - dal femminismo al nesso
scienza-società, dalla storia del movimento operaio alle tecniche di lotta.

Storia e significato delle parole
La mattinata inizia con una relazione di Daniele Lugli, segretario del
Movimento nonviolento, che sintetizza un ampio intervento scritto di Alberto
L’Abate. La tesi è la "complementarietà", già riconosciuta da Norberto
Bobbio, di marxismo e nonviolenza - da molti considerati termini antinomici.
Lugli parla di "terza Via", un’espressione cara a Pietro Ingrao prima che se
ne impossessasse, per stravolgerla, il blairismo: vuol dire ricerca di un
mutamento dell’esistente oltre la tenaglia del "potere che sta sulla canna
del fucile" e la riduzione del medesimo alla sola "scheda elettorale". A
pensarci bene, dice ancora Lugli ricordando gli insegnamenti di Aldo
Capitini e la marcia Perugia-Assisi nel suo impatto originario di rottura,
«i rivoluzionari non hanno fatto la rivoluzione e i riformisti non hanno
fatto le riforme».

E allora? Nessuno può dirsi certo - conclude il
segretario del movimento nonviolento - che la nostra nonviolenza riuscirà
davvero a costruire un’altra società. La certezza è un’altra: che l’uso
della violenza non potrà ottenere alcun vero risultato di liberazione e
costruzione di un mondo diverso. Un’altra relazione - quella di Nanni
Salio - riprenderà gran parte di questi concetti, per concludere con alcune
precise proposte: la riduzione del 5 per cento delle spese militari e, per
una quota pari, dell’uso delle energie fossili. Una proposta solo
apparentemente modesta: se realizzata, avrebbe implicazioni enormi.

Tocca poi a Lidia Menapace - in parte anche a nome della "Convenzione delle
donne contro la guerra" - svolgere una relazione di particolare efficacia e
originalità creativa. «Sarò didattica», esordisce: e spiega subito la
differenza tra nonviolenza, opzione etica, morale e individuale (esempi
illustri, Socrate e Gesù di Nazareth) e «azione nonviolenta», che attiene
invece alla sfera della politica e, forse, del progetto. Tutto in un quadro,
s’intende, di rifiuto di ogni prometeismo dei fini, ma anche di ogni
fondamentalismo (compreso quello "gandhiano"). Dice Lidia Menapace:
«L’azione nonviolenta è, per sua natura, ad altissima conflittualità. Non è
un assoluto, sì, ma non può rinunciare ad agire all’interno dell’intero
orizzonte della politica».

Per spiegarci: chi assume l’uso della violenza, o
della guerra, come extrema ratio, conferisce alla violenza e alla guerra una
razionalità che non hanno per natura e vocazione. E cade in un’aporia, cioè
in una paralisi del pensiero. In realtà, si dispone ad accettare la violenza
come inevitabile». Invece la pace, e i diritti umani essenziali, vanno
dichiarati "beni indisponibili": è evidente che non si uccide Abele, è Caino
che va risparmiato - è il colpevole che non va giustiziato a morte. Ecco una
verità difficile da accettare, che va contro l’emotività del senso comune,
la vendetta, la distruzione del nemico (o del reprobo) e si proietta, com’è
noto, sull’agire della politica e sulle istituzioni statuali. Ancora: si
potrà mai disincrostare la politica dal suo linguaggio militare che è
violento, uniforme, patriarcale e "monoteistico", come le tre grandi
religioni del Mediterraneo? Ma la nonviolenza, all’opposto, è "sorprendente"
(basata sulla sorpresa), creativa, "molteplice": come hanno insegnato, nel
’900, i due grandi movimenti - quello operaio e quello femminista - che
ancora oggi sono vivi e vitali, come potenze rivoluzionarie e trasformative.
Sulla centralità del movimento delle donne, che hanno sempre detto no alla
guerra (non certo in nome di una loro pretesa natura biologica) e costruito
una vera pratica nonviolenta, sarà dedicato l’interessante contributo di
Monica Lanfranco.

Trotsky e Rosa Luxemburg
Di grande spessore storico (e ideale), infine, la relazione di Marco Revelli
che affronta il tema, scabrosissimo, del rapporto tra il marxismo e la
nonviolenza per come è stato e si è concretamente dipanato nei due secoli
che ci stanno alle spalle. Con una importante premessa metodologica, che
però è anche una teoria dell’attualità, oggi, della lezione marxiana: «Se il
marxismo, marxianamente e gramscianamente inteso, è una filosofia della
prassi, se, quindi, la teoria non può rimanere una verità eterna che
prescinde dall’evolversi concreto del mondo, non si può sfuggire alla
necessità di una verifica storica, che è sempre la misura giusta della
verità di un pensiero». Si deve, invece, dare sovrana importanza alle «dure
repliche della storia», come diceva Palmiro Togliatti, e non ridursi mai a
un atteggiamento di "ansia testimoniale", custodi vigili di un patrimonio
irrinunciabile.

Marx - ed Engels - e il marxismo - dice Revelli - hanno con la questione
della violenza un rapporto pragmatico e «disinvolto». Non in quanto la
violenza è da considerarsi «levatrice della storia» (questo concetto, alla
fine del I Libro del Capitale, Marx lo riferisce al passaggio tra
feudalesimo e capitalismo, non alla rivoluzione proletaria), ma perché,
piuttosto, la guerra ai tempi di Marx non si era ancora sviluppata come
macchina di sterminio spaventoso. E’ nel ’900 che il dibattito si fa più
drammatico (ma anche più lacerante), quando la guerra - con il I grande
conflitto mondiale - esplode nel suo carattere di massacro di massa: qui
Revelli espone, con perizia filologica, due strade che furono diverse, non
solo per scelta soggettiva. La prima è quella di Lev Trotsky, protagonista
della Rivoluzione d’Ottobre, che in un testo del 1920 (Terrorismo e
comunismo) rivendica fino in fondo il valore della violenza e anche, se
necessario, del terrore rivoluzionario. Rispondendo al "rinnegato" Kautsky,
il leader dell’Armata rossa stabilisce un nesso di "necessità" quasi
indiscutibile tra la conquista del potere statale da parte del proletariato
e l’annientamento del nemico.

La seconda strada, definita da Revelli "dilacerata", è quella di Rosa
Luxemburg. Che non solo fece della lotta alla guerra (e al militarismo) la
sua scelta principale (soprattutto negli ultimi cinque-sei anni di vita), ma
che manifestò (soprattutto in lettere private) la sua avversione all’uso
indiscriminato della violenza. «Chi calpesta un verme, per disattenzione o
indifferenza commette un delitto» scrive la grande rivoluzionaria polacca a
proposito della rivoluzione in corso, poi sconfitta. Ed è l’unica, tra i
grandi rivoluzionari del ’900, che non solo non identifica mai guerra e
rivoluzione, ma avverte la devastazione umana, sociale, ambientale indotta
dalla guerra, con parole inequivoche. Parole che riescono ad arrivare fino
al nostro presente.

Trotsky e Rosa Luxemburg ebbero però un tragico destino comune: il primo
venne assassinato dai sicari di Stalin, la seconda morì durante le giornate
insurrezionali del ’19 su ordine del socialdemocratico Noske. Forse, anche
questo interessa la nostra riflessione. Non solo storica.

da Liberazione