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FEMMINE

martedì 11 luglio 2006

di Spartacus

E’ femmina la Coppa del Mondo e lei da femmina della politica l’ha subito affiancata, avvinghiata, oscurata. Come una Venere le si è elevata accanto quasi a dire: è un trofeo che mi spetta più del pomo di Paride. L’ha strappata di mano a Cannavaro dopo essere piombata nei maschi spogliatoi dell’Olimpia Stadium intrisi degli orgiastici riti della vittoria. E che vittoria. Azzurri in estasi a strofare in vernacolo e lei fatina ministra a domandare stentorea “dov’è la coppa?”

“Ce l’ha il capitano” ribatte l’inebriato coro dello spogliatoio pronto a virare su un esplicito “o le le, o la la faccela vedè, faccela toccà”.

La fatina non si scompone, ride all’idea o forse alla circostanza poi si stringe a Napolitano Presidente che come primo fratello d’Italia dev’essere rispettato.

Però il giorno dopo torna ala carica, capirai? la vetrina, le foto, le tivù, il mondo dove sfoggiare il sorrisino furbettino, il tailleurino modaiolino tutt’uno con la propria giurisdizione sullo sport vincente. Quasi a dire “Ritorno e si cucca il Mondiale. Chi meglio di me?”

Certo Berlusca e la sua corte menagrama erano portatori di sciagure ma la passerella forzata della ministra Melandri in salsa “quanto siamo bravi” (siamo chi? perché il plurale maiestatis?) olezza maledettamente di demagogia.

Lei sta sulla Coppa più degli atleti, Cannavaro compreso, più delle istituzioni. Mortadella e Napolitano vengono molto ma molto dopo. Sarà perché è fotogenica ma l’americanina, in piena sindrome berlusconiana da presenzialismo, il trofeo lo sente suo e lo stringe in seno come un figliuol prodigo.

Chissà se sarà altrettanto solerte a mettere mano all’intero mondo sportivo per sterzate correttive sul decreto Tremonti che ha privatizzato e paralizzato il Coni rendendolo ancor più carrozzone lottizzato di quel ch’era stato per un cinquantennio. O ridarà voce, lei femmina più della Coppa, a decreti nominali che come nel novantanove alzavano polveri senza intaccare il Palazzo.

Così la fatina servirà solo a se stessa, alla sua carriera politica in progess, alla foto-ricordo e al folklore dei cori da curva “O le le, o la la, faccela vedè faccela toccà”.