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IL PARTITO COMUNISTA IN ITALIA: IERI, OGGI, DOMANI

giovedì 29 dicembre 2005

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di Antonio Catalfamo

Il 21 gennaio 1921 nasceva, al teatro San Marco di Livorno, il Partito Comunista d’Italia. Pur essendo mutato, nel corso degli ottantacinque anni che ci separano da quella scelta, dolorosa ma necessaria, lo scenario politico nazionale ed internazionale, a me pare che le ragioni di fondo che l’ispirarono siano ancora valide, pur tenendo conto della diversità delle situazioni, non solo sul piano storiografico, ma anche su quello dell’azione politica concreta, alla quale tutti noi siamo chiamati.

Paradossalmente, le argomentazioni che oggi sono portate avanti, a destra e a sinistra, per contrastare una significativa e influente presenza comunista in Italia sono le stesse di allora. I riformisti considerano la scelta compiuta da Gramsci, Togliatti, Terracini, e dalla frazione comunista, che si staccò dal Partito Socialista, per dar vita al nuovo partito della classe operaia, come dettata da illusioni rivoluzionarie, che il tempo avrebbe dimostrato infondate.

La destra clerico-fascista mira, ora come allora, alla criminalizzazione e alla demonizzazione del comunismo. Silvio Berlusconi è “magna pars” nel progetto portato avanti dal capitalismo internazionale per mettere fuori legge i partiti comunisti. Davanti al Consiglio d’Europa pende una mozione indirizzata a tal fine. E qui basti ricordare, per sottolineare l’analogia tra le situazioni storiche, che la repressione fascista nei confronti del Partito Comunista si fece sempre più aspra: si passò dalle minacce verbali, alle percosse, alla distruzione delle sedi, fino all’arresto di Gramsci e dell’intero gruppo dirigente comunista, nonostante il grande intellettuale sardo fosse “protetto”, come deputato, dalle ipocrite leggi borghesi. Ora, come allora, il pericolo fascista, che si presenta nelle forme nuove della società mass-mediatica, già delineate da Pasolini, viene sottovalutato dalla sinistra riformista, che pretende di operare nell’ambito della normale dialettica democratica.

La decisione di dar vita al Partito Comunista non fu per nulla imposta dall’esterno, dall’illusione di poter scimmiottare l’esperienza rivoluzionaria russa. Essa scaturiva da una seria analisi della realtà italiana. Il punto di partenza di tale analisi era rappresentato dalla palese incapacità del Partito Socialista di fronteggiare, persino di capire, il fenomeno fascista. Mentre le squadracce di Mussolini davano fuoco alle sedi dei partiti di sinistra, del sindacato, delle cooperative, malmenavano ed assassinavano, nell’impunità generale, i militanti delle forze politiche democratiche, il vertice socialista offriva ai fascisti un ridicolo patto di pacificazione nazionale.

Questo esempio da solo dà l’idea dello stato confusionale e dell’inerzia in cui si dibattevano i dirigenti riformisti del Partito Socialista. Il Partito Comunista doveva essere, nell’intenzione di coloro che lo fondarono, il baluardo estremo contro la dittatura fascista, che andava consolidandosi, lasciando dietro di sé una scia di sangue. E così fu. I comunisti hanno dato il maggior tributo alla lotta contro il fascismo, negli anni bui del suo dominio incontrollato, e, poi, durante la Resistenza e la Liberazione. Il cosiddetto “tribunale speciale” comminò ai militanti comunisti decine di migliaia di anni di carcere, così come furono migliaia e migliaia i comunisti caduti per la difesa degli ideali di libertà. Vogliamo ricordarlo a quelli, come Berlusconi, che oggi governano l’Italia nata dalla Resistenza assieme ai fascisti di Fini e di Tremaglia, ma anche a quei “neo-riformisti” che considerano un errore storico la nascita del Partito Comunista. Che cosa sarebbe stato il movimento antifascista, nel nostro Paese, senza il coraggio, la passione ideale, l’organizzazione, la lucidità d’analisi dei comunisti?

La nascita del Partito Comunista in Italia era necessaria per un altro motivo fondamentale: mettere fine all’antimeridionalismo della sinistra riformista, che non faceva altro che prendere atto della spaccatura del Paese in Nord e Sud, alla quale l’unità d’Italia non aveva saputo rimediare, neppure parzialmente. Il gruppo dirigente riformista del Partito Socialista era profondamente imbevuto delle teorie positiviste di Lombroso e considerava antropologicamente criminali i meridionali. Esso puntava tutte le proprie carte sul rapporto privilegiato tra industriali e classe operaia del Nord, tagliando fuori le grandi masse diseredate del Sud, prive di qualsiasi punto di riferimento politico. Gramsci ricordava una frase di Camillo Prampolini: “L’Italia si divide in nordici e sudici”.

Turati, identificando anch’egli il Sud con l’arretratezza e la barbarie, lamentava la presenza di “due nazioni nella nazione, due Italie nell’Italia” e condannava quindi il “forzato ed antifisiologico accoppiamento del decrepito mezzodì coll’acerbo settentrione”. Così Gramsci riassumeva il razzismo antimeridionale del gruppo dirigente riformista del Partito Socialista: “Il mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsiasi altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari. (...)

Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede il suo crisma a tutta la letteratura «meridionalista» della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la «scienza» era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta essa si ammantava dei colori socialisti, pretendeva essere la scienza del proletariato”.

Gramsci per primo, con il famoso saggio dedicato alla “Questione meridionale” (1926), superò l’antimeridionalismo della tradizione riformista italiana e impostò la politica delle alleanze della classe operaia del Nord con le masse contadine del Sud. Fissando le basi programmatiche del Partito Comunista d’Italia al congresso di Lione del 1926, pose le fondamenta di un partito che non fosse solo di quadri, ma di massa, profondamente radicato nella classe operaia in ogni momento della sua vita e della sua lotta, impegnato a dare ad essa la coscienza di “classe generale”, cioè di classe che sa superare il corporativismo e l’egoismo della tradizione riformista e porsi come punto di riferimento di tutte le classi diseredate, del Nord e del Sud, rappresentando la vera alternativa al sistema classista imperniato sulla borghesia.

Tutto il discorso che stiamo portando avanti non è solo una giustificazione storica del passato, ma riguarda anche il presente ed il futuro. Ancor oggi la sinistra riformista lega le proprie sorti e quelle delle classi lavoratrici al capitalismo industriale del Nord, ripropone il vecchio corporativismo operaio della tradizione socialista. Alla “devolution” berlusconiana e leghista contrappone un federalismo “soft” che taglia fuori anch’esso da ogni ipotesi di sviluppo il Mezzogiorno d’Italia e accentua gli squilibri tra le diverse aree del Paese. Ben più autorevolmente di me, Luciano Barca, intervistato dal “Corriere della Sera” (20 dicembre 2005) sulle ormai famose vicende della scalata dell’Unipol alla Bnl, ha sottolineato lo snaturamento della logica cooperativista da parte delle cosiddette “cooperative rosse” emiliane, che non svolgono più una funzione mutualistica, anzi contribuiscono alla colonizzazione del Sud. Barca ricorda quando la Lega delle cooperative sbarcava in Sicilia, dove aveva ottenuto degli appalti, e si portava dietro solo pochi ingegneri e “capimastro”, dando tutto il lavoro in subappalto (a ditte discutibili, mi permetto di aggiungere).

L’economista comunista denuncia, inoltre, che alcune “cooperative rosse” hanno smesso di coltivare la terra, perché è più redditizio e meno faticoso comprare e gestire i Bot. D’altra parte, se la logica corporativa ed egoistica non fosse stata portata avanti dalla sinistra riformista, la Lega di Bossi non avrebbe trovato terreno fertile in mezzo alla classe operaia. Pare, addirittura, che in certi momenti, in alcune aree del Paese, come il bresciano, buona parte degli iscritti alla C.G.I.L. abbiano votato per la Lega. Il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) è essenzialmente un partito di quadri. Il Partito della Rifondazione Comunista (Prc), avendo scelto la dimensione “movimentista”, non è presente organizzativamente in vaste zone del Paese, soprattutto dislocate nel Mezzogiorno.

La lezione di Gramsci e di coloro che fondarono, nel 1921, il Partito Comunista d’Italia è, dunque, fortemente attuale. Abbiamo bisogno di un partito comunista di massa, che rappresenti la maggioranza della classe operaia e che, intorno ad essa, sappia costruire un sistema di alleanze con le nuove classi diseredate del nostro tempo: i giovani disoccupati, soprattutto meridionali, i precari, gli emarginati delle periferie urbane, il ceto impiegatizio proletarizzato. I nuovi riformisti ci rappresentano come rivoluzionari da salotto, irridono alla nostra rivoluzione domandandoci: quando assalterete il Palazzo d’inverno? Costoro non hanno capito la lezione gramsciana. Non hanno capito che cosa significa “rivoluzione intellettuale e morale”. La battaglia va condotta sul piano dell’egemonia culturale.

In Russia la controrivoluzione ha prevalso senza sparare un solo colpo, perché ha vinto la battaglia ideologica. Attraverso il martellamento mass-mediatico, attraverso l’infiltrazione delle varie fondazioni Soros, è riuscita a convincere la popolazione della superiorità del modello capitalistico di società, è riuscita a spingerla sul piano della “resistenza passiva”, del boicottaggio economico del sistema socialista. Quando le masse si sono risvegliate era troppo tardi. Non sarà facile per esse tornare al sistema socialista, perché, dopo la lusinga, il capitalismo usa sempre la violenza. Non è facile oggi essere comunista nei Paesi dell’ex blocco sovietico. I militanti della sinistra sono malmenati, arrestati, spinti ai margini della società. Così si spiegano i risultati elettorali non soddisfacenti, determinati da minacce, condizionamenti illeciti, brogli. E’ questa la tanto decantata “democrazia borghese”.

Berlusconi, come già Benedetto Croce al tempo della Rivoluzione d’Ottobre, tenta di ritorcere contro i marxisti le letture economiche della realtà, attribuisce il crollo del comunismo al fallimento del sistema economico collettivizzato, parla di “fame”, di “miseria”, di “disperazione”, come mali inevitabili della società comunista. Dimentica che l’Unione Sovietica è stata la seconda potenza economica del mondo (in alcuni settori addirittura la prima). Nasconde una verità che persino organismi internazionali come le Nazioni Unite ammettono esplicitamente nei loro rapporti: ai tempi del comunismo la gente, nei Paesi socialisti, viveva bene; ora muore di fame. Struttura e sovrastruttura vanno viste nella loro interconnessione, come le ha viste Gramsci, sulla scorta di Antonio Labriola. E’ fondamentale la battaglia per la conquista dell’ “egemonia culturale”. Quando la classe operaia riuscirà ad accreditarsi come la classe capace di risolvere i problemi della società meglio della borghesia, quando riuscirà a far prevalere un sistema nuovo di valori, alternativo a quello borghese dominante, allora avrà completato la propria opera di persuasione delle altre classi sfruttate e la “rivoluzione intellettuale e morale” si tramuterà in rivoluzione politica e sociale. La borghesia perderà ogni ascendente sulle masse e andrà in pensione forzata.

Solo il sistema elettorale proporzionale può garantire, a mio avviso, la crescita progressiva di un Partito Comunista, fino a diventare partito di massa. Può assicurare la sua autonomia e la libera scelta di aderire ad alleanze, che devono recepire le sue istanze programmatiche fondamentali, in difesa dei diritti dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Il sistema maggioritario è stato introdotto in Italia proprio per emarginare i comunisti, per costringerli ad accontentarsi di un ruolo subalterno ed insignificante nell’ambito di alleanze elettorali dominate dai partiti moderati. Naturalmente stiamo proponendo il sistema elettorale “puro”, non il pateracchio tirato fuori dal cappello, all’ultimo momento, da Berlusconi, per interessi di parte. Quest’ultimo conserva la logica “bipolare” e tiene le mani legate agli alleati minori, ai quali dà qualche contentino, senza allontanare la prospettiva del loro assorbimento.