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L’ULTIMO PARTIGIANO

sabato 28 luglio 2007

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di Enrico Campofreda

E’ morto forse l’ultimo partigiano d’Italia. Certamente un uomo simbolo della resistenza combattuta. All’anagrafe Giovanni Pesce. Per la Resistenza e la Repubblica che ne seguì Ivaldi e soprattutto Visone, medaglia d’oro. E’ morto a 89 primavere, lui che di quella rossa era stato un artefice come della Liberazione dal nazifascismo. Si riprendeva da un ictus il Giuanìn ed è morto come talvolta muoiono i vecchi per le conseguenze d’una caduta dalla quale anche alla sua veneranda età lo si riteneva immune.

Per quello che aveva fatto, per quanto aveva senza autocompiacimento narrato della vita di combattente in Senza tregua, storia della sua lotta partigiana nei Gap di Torino e poi di Milano. Partendo da quella prima azione fallita semplicemente perché non se la sentiva di fare ciò che nei venti cupi mesi di occupazione tedesca divenne una necessità: sparare. Sparare anche a freddo per difendersi e offendere, per riconquistare la libertà e ripristinare la democrazia.

“Quando sarà finita con i fascisti e i tedeschi - chiede Dante Di Nanni - saremo veramente liberi?” “Saremo liberi di ricominciare a lottare per una vera libertà che si ha quando ogni uomo ha e vale per quello che è” risponde Ivaldi. “Capisco - prosegue Di Nanni - allora per questo tu dici che è molto importante quello che facciamo ora?” “È importante soprattutto perché se oggi non facessimo nulla non ci sarebbe mai un domani da cui cominciare a cambiare veramente le cose”. In questo passo del suo celebre libro c’è il seme dell’impegno profuso per il futuro del Paese. C’è la dedizione assoluta della meglio gioventù che volle riscattare un’infanzia fatta di adunate e sabati fascisti imposti dalla retorica e dalle costrizioni del Regime. Pesce ne fu presto immune se già a diciott’anni scelse la via della lotta internazionalista contro il franchismo, a fianco dei repubblicani di Spagna. Ne seguirono la cattura e il confino a Ventotene, e dopo l’8 settembre il ritorno all’originario Piemonte per organizzare le bande resistenziali.

Visone stesso testimonia come i partigiani “Non furono mai molti: alcuni erano giovanissimi, altri avevano dietro di sé l’esperienza della guerra di Spagna e la severa disciplina della cospirazione, del carcere fascista e del confino. Tutti, nel difficile momento dell’azione, nelle giornate drammatiche della reazione più violenta, quando la vita era sospesa a un filo, a una delazione, a una retata occasionale, tutti, giovani e anziani, seppero trovare la forza e la coscienza di non fermarsi. Soprattutto, i gappisti furono uomini che amavano la vita, la giustizia; credevano profondamente nella libertà, aspiravano a un avvenire di pace, non erano spronati da ambizione personale, da arrivismo, da calcoli meschini. Erano dei superuomini? No di certo. Erano soltanto degli uomini, ma degli uomini dominati dalla volontà di non dare mai tregua al nemico”.

Furono la loro coscienza, la fermezza, l’idealismo, l’amore per la democrazia le leve per compiere operazioni che sembravano folli e che divennero eroiche ma non venivano vissute così. I giovani, gli uomini che le progettavano e le compivano non avrebbero saputo e potuto fare altro. Non si fermavano, non si sarebbero fermati davanti a nulla, liberare la propria contrada, il proprio quartiere era come liberare un angolo di mondo. Quello che videro dopo e per decenni questi combattenti, non era proprio il mondo sognato.

Ti sia comunque lieve la terra comandante Visone. L’Italia ti è debitrice di libertà.

Messaggi

  • *"ABBIAMO SCELTO DI VIVERE LIBERI"*

    (Brano tratto da "Senza tregua. La guerra dei Gap" Feltrinelli, prima edizione 1967)

    Da Viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo il rettilineo fino in Via Porpora e si svolta a sinistra. Dappertutto cordoni di repubblichini: militi dietro militi, sempre più fitti, sempre più lugubri. In piazzale Loreto una folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo. I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili. I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per ave sparato l’intero caricatore. Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla.

    Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte e a corpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti. "Via via, circolate" urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti. Ora la folla, ricacciata, viene premuta tra i cordoni dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni. "La pagheranno!".

    I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla. Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco. In quel momento, fendendo la calca si fa largo una donna: Avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file,
    vicino al cordone dei repubblichini, come non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi. Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori.

    I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla.

    Comincia così un corteo muto nato come da un improvviso accordo senza parole. Altre donne giungono con altri fiori passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate.

    Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti. Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: " Vede quello a sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l’avrebbe fatta. Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto accanto agli altri, già schierati in attesa".

    L’ultimo volto che vedo abbandonando la piazza è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta in cui si da e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte. Loro ridono.

    Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo.

    Esso taglia nettamente il mondo: da una lato la barbarie, dall’altro la civiltà. I cordoni dei repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere, ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficiai nazisti si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di percepire la vita. Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere.

    Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del nostro compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio "un esempio".

    La belva oramai incalzata da ogni parte si difende con il terrore. Mi rifugio in casa. Mi raggiunge nel pomeriggio una staffetta. I repubblichini hanno sparato in aria per allontanare la folla davanti ai caduti.

    Il giorno successivo alla Vanzetti, alla Graziosi, alle Trafilerie, alla Moto Meccanica, alla O.M., ecc.., gli operai abbandonano il lavoro in segno di protesta; alla Pirelli le maestranze si riuniscono in silenzio.

    Ora tocca a noi.

    Nella medesima notte prepariamo 8 bombe ad alto potenziale. Il tecnico, abituato ad un lavoro di precisione, esprime le sue preoccupazioni, ma si piega alle necessità. Il giorno dopo, all’alba , io, Narva e Sandra ci troviamo nella chiesa di Via Copernico per la consegna dell’esplosivo. Il parroco si aggiunge a celebrare la prima messa, avanzando silenziosamente dalla sacrestia.
    Nella chiesa, deserta, regna un silenzio profondo, una pace incredibile. Arriva il tecnico con le borse. Il prete assiste alle consegne, immobile fra i chierichetti. Comprende? Non so. Usciamo. Accompagno le ragazze all’appuntamento con Conti e Giuseppe, per l’ultimo scambio delle borse. "Vi proteggerò le spalle", dico, "calma e sangue freddo, non ci sarà nessuna sorpresa." I due gappisti con la calma e la sicurezza di professionisti, depositano le bombe, si eclissano in una viuzza scambiandosi un rapido cenno di saluto.

    Una, due, tre esplosioni scuotono l’aria, infrangono i vetri.

    Il ritrovo ufficiale del comando tedesco è devastato come un campo di battaglia. Abbiamo disposto le cariche in modo che gli esplosivi deflagrassero prima sulle finestre e successivamente all’uscita del Circolo. Il Feldmaresciallo Kesserling invita le forze dipendenti ad agire con maggiore energia nei confronti dei sabotatori da impiccarsi sulle pubbliche piazze; il comandante della piazza di Milano anticipa il coprifuoco alle 22.00. Il nemico si rende conto che l’arma del terrore gli si ritorce contro.

    Dobbiamo insistere. Azzimi e Borsetti attaccano il comando repubblichino nella sede dove convergono i lavoratori italiani da inviare il 14 in Germania. Il mattino del 14 agosto un alto ufficiale tedesco e due subalterni mentre discutono in un ufficio del Palazzo di Giustizia vengono uccisi con una "Sipe", lanciata da una finestra. Nei corridoi, tedeschi e fascisti fuggono in preda al panico. Il coprifuoco non si ferma: il 16 agosto ancora Azzini e Borsetti giustiziano uno squadrista, ufficiale della milizia e delatore di partigiani e, due giorni dopo, un’altra squadra abbatte un ufficiale delle SS a Porta Volta.

    "La pagheranno!!!", era la parola d’ordine del popolo e la nostra.

    Giovanni Pesce

  • addio compagno Visone e grazie per tutto ciò che hai fatto per noi . Che la terra ti sia leggera

    buster brown

  • non esiste futuro senza memoria. di questa affermazione oggi destra ma anche buona parte della sinistra sembra disconoscere il significato. il comandante visone ha rappresentato nel passato il ns presente e tale deve rimanere a memoria per il futuro nostro e delle altre generazioni.siamo quello che ci ha insegnato la resistenza.onore al compagno visone comunista ma soprattutto uomo di ideali.il tuo cuore rosso batte nei ns petti.a presto a rivederci nella terra di libertà. tuo sangha

  • Conobbi Giovani Pesce nel 1984 perchè lo cercai dopo aver letto e riletto SENZA TREGUA da vari anni. Ero un ragazzo e lui ancora molto in gamba.

    Era di una disponibilità incredibile, per chi non lo abbia conosciuto difficile da immaginare.

    Lo frequentai per anni; fui con lui nell’86 in Spagna, al 50° ann.o delle Brigate Internazionali....

    Narrava esperienze della Guerra spagnola e della Resistenza in maniera tale da farti immergere in quel passato lontano tanto da non renderlo più tale e riusciva a farti comprendere e "sentire" ciò che sentì la sua generazione di (senza retorica alcuna) EROI.

    Onore e gloria immortali alla sua figura di guerrigliero che, proprio come scrisse il Che, seppe veramente "essere duro senza perdere la tenerezza".

    Averlo conosciuto è stato un privilegio; grandissima anche la figura della sua compagna Nori, donna dalla forza eccezionale e di uno stoicismo senza pari.

    Nel suo nome andremo avanti! Marco ’61