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LA GUERRA DEI POVERI, di Nuto Revelli

lunedì 12 luglio 2004


di Enrico Campofreda

Potevano esserci "Quaranta milioni di baionette" pronte a combattere come annunciava
dal fatidico balcone il primo Duce degli Italiani?

Potevano esserci.

La propaganda e la retorica del fascismo avevano obnubilato molte menti sin dalla
più tenera età, lo testimonia l’autore in apertura del suo libro "Avevo nove
o dieci anni quando balbettai questo giuramento: nel nome di Dio e dell’Italia
giuro di eseguire gli ordini del duce e di servire con tutte le mie forze e,
se necessario, col mio sangue, la causa della rivoluzione fascista".

Al Nuto ragazzo piaceva lo sport, frequentava la casa del Gil e i campi Dux.
Scattava come una molla, alternava passo romano e gare diventando il fascista
perfetto degli slogan divulgati dal MinCulPop.

Passare alla carriera militare fu un tutt’uno, ritrovarsi nella 2° alpini e poi
nella Tridentina con le ’Breda’ che s’inceppavano una conseguenza, camminare
con scarpe sfondate a 40° sottozero nella steppa russa divenne la fine delle
illusioni. E fece montare la rabbia contro chi gli aveva rapito buonafede, gioventù e
stava per rapirgli la vita.

Il diario del tenente del regio Esercito e poi partigiano Nuto Revelli è una pregevole testimonianza, storica anzitutto di quelle che le versioni ’ufficiali’ solitamente tacciono. Testimonianza diretta della guerra vista dal basso e vissuta epicamente dalla gente comune che non lesina slanci umani e morali. E’ la testimonianza drammatica che fece comprendere a proprie spese a una generazione le radici malate di un’ideologia nata per attuare una sedicente rivoluzione (anche se aveva incarnato la più bieca reazione politica come braccio armato del capitalismo agrario e industriale) e sviluppatasi millantando glorie nazionali da ottenere con guerre e violenze, come le imprese coloniali d’Abissinia. Fino all’epilogo dell’asservimento al disegno imperialistico e razzista hitleriano che scatenò il secondo conflitto mondiale.

Revelli verifica tutto il proprio credo di fascista e militare con quello che vede e vive sul fronte russo nella tragica ritirata del Don. Salvata la pelle, fra i pochi (della 46a tornarono 73 alpini su 352), con l’armistizio dell’8 settembre non ha dubbi: la morale gli impone di salire in montagna e combattere i nazisti come invasori del suolo patrio e i fascisti repubblichini come vergognosi servi. Perché il suo esercito è quello dei poveri, abbandonato dalle vili gerarchie nella sciagurata campagna di Russia. L’esercito dei morti di fame e stenti opposto a quello degli imboscati, alti ufficiali e medici, che praticavano furti e borsanera anche al fronte. Nuto decide di non uniformarsi alla retorica per ricordare quelle vittime: vuole vendicarle e l’unico mezzo è combattere ancora contro l’oppressore. Perciò con gli amici forma una banda e inizia la lotta partigiana.

Tale esperienza diventa la lezione di libertà attorno alla quale la generazione cresciuta nella retorica fascista compie la propria catarsi. Dopo le falsità riscontrate in tutti gli slogan recitati nel ventennio, dopo la strumentalizzazione si fa strada una limpida coscienza foraggiata da un desiderio di libertà che è amore per la vita e sete di giustizia. Facendo ricorso al rigore, al coraggio, all’intelligenza la parte migliore di quella generazione combatte il germe fascista che è dentro l’individuo, fatto di superficialità e supponenza, condito di arroganza e voglia di sopraffazione, caratterizzato dall’odio per il diverso mascherato da patriottismo sciovinista.

Gli fa da faro Livio Bianco (a cui il libro è dedicato), valorosissimo combattente ma anche politico di razza che avvicina Nuto alle posizioni di ’Giustizia e Libertà’. Revelli ha attorno ragazzi di nemmeno vent’anni e uomini maturi di quaranta che, uniti dall’ideale di liberare il Paese, sopportano condizioni di vita proibitive. Vive da soldato in un diverso esercito senza gradi che combatte coraggiosamente contro il nemico tedesco forte e organizzato.
Il disprezzo maggiore, suo e dei compagni di lotta, va ai fascisti di Salò, coloro che nella caduta d’ogni illusione persistono in un disegno infame: torturare e massacrare per conto dei nazisti. "Superano i tedeschi questi goffi italiani, canaglie specializzate per incendiare, ricattare, impiccare, sporchi nell’animo e nelle divise, con quel nero sul grigioverde come se portassero indosso il lutto e il terrore".
Infine, nel dramma generale, Nuto vive il proprio personale Calvario a seguito d’un incidente motociclistico. Accadde nell’ottobre ’44, dopo che, sin dall’agosto, aveva varcato con la sua banda il confine francese e iniziato lì una nuova fase di lotta resistenziale. L’incidente gli cambiò i connotati e tanto lo fece soffrire con uno stillicidio di dolorose operazioni chirurgiche.

Tranne il particolarismo diaristico di qualche passo il racconto è avvincente e la prosa degna dell’intellettuale che il cuneese dimostrò di essere con altre opere sull’ambiente contadino della sua zona (Il mondo dei vinti e L’anello forte).
A conferma della meticolosità della narrazione storica il testo offre documenti anche fotografici di quel tratto di vita nazionale che segnò sia la tragedia sia il riscatto e la rinascita degli italiani.
Una lettura consigliata a chi ama la Storia, ma una lettura propedeutica a chiunque voglia imparare dalla Storia come si può vivere per la propria e l’altrui dignità non restando prigionieri di preconcetti e falsi miti. Con la forza di ammettere gli errori del passato, rivederli e rischiare la vita per giusti ideali.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Nuto Revelli (Cuneo 1919/2004), scrittore e partigiano italiano

Nuto Revelli, "La guerra dei poveri", Einaudi, Torino, 1994

Fra i saggi critici dell’opera:
C. Muscetta, Diario dell’ultima guerra, in ’Fiera Letteraria’, 24, luglio 1947
A. Galante Garrone, La guerra dei poveri, in ’La Stampa’, 12 maggio 1962
G. Bocca, La guerra dei poveri, in ’Il Giorno’, 6 giugno 1962
P. Spriano, La guerra dei poveri, in ’L’Unità’, 6 giugno 1962
L. Valiani, Gli aprì gli occhi la guerra sul Don, in ’L’Espresso’, 24 giugno 1962
G. Rochat, Gli studi di Nuto Revelli sui combattenti della guerra fascista, in ’Italia Contemporanea’, n.114, gen-mar 1974
A.C. Jemolo, Quanta civile saggezza nei , in ’La Stampa’, 14 agosto 1977
I. Calvino, Le ragazze vendevano le trecce, in ’Corriere della Sera’, 24 settembre 1977

http://www.lankelot.com

12.07.2004
Collettivo Bellaciao

Messaggi

  • come si può rispondere a questo articolo? L’autore ha pienamente compreso il vero significato di uno dei più bei libri mai scritti sulla seconda guerra mondiale, ed ha ben descritto la figura del semplice e coraggioso Nuto. Va secondo me enfatizzata anche la riservatezza del Revelli , vero eroe di guerra , e la delicatezza dei suoi sentimenti . Non guerriero eroe, ma cittadino eroe , forte e duro nella guerra , ma tutto teso alla pace ed alla giustizia . Un libro da far leggere , perchè testimonianza piana e chiara di un percorso difficile e doloroso ; direi una sorta di libro sacro per chi voglia intendere la morale del nostro stato repubblicano, nato dalla Resistenza.
    Buster Brown