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No ai Pacs e richiamo allo spirito del referendum sulla fecondazione assistita

mercoledì 21 settembre 2005

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"I Pacs sono una legge per tutti, comprese le istituzioni. I contratti individuali che propongono il cardinal Ruini e Rutelli riguardano soltanto chi li firma".

Intervista a Giuliano Pisapia

di Cristina Cosentino

No ai Pacs e richiamo allo spirito del referendum sulla fecondazione assistita. Dopo le bacchettate dell’Osservatore Romano a Romano Prodi (definito come “un attempato dirigente politico Zapaterista”), arriva l’affondo del Cardinal Ruini che torna sull’argomento in occasione dell’inaugurazione del Consiglio episcopale permanente della Cei. L’opposizione ai Pacs, fa sapere, è netta: “Non vi è alcun reale bisogno di norme come quelle francesi, che potrebbero portare a un piccolo matrimonio". Il problema, secondo Ruini, è che i Pacs "al di là del nome diverso e di altre cautele verbali, sono modellati in buona parte sull’istituto matrimoniale".

La soluzione proposta dal ruiniana non è poi così lontana da quella di Francesco Rutelli nei giorni scorsi: norme a tutela delle coppie di fatto sì, ma non nell’ottica del “piccolo matrimonio”, quanto “nell’ambito dei diritti e doveri delle persone", con appositi contratti privati. Insomma, deve essere chiaro che la famiglia non si tocca, come ha titolato giorni fa con inedita durezza l’agenzia cattolica "Sir". Ne abbiamo parlato con Giuliano Pisapia, capogruppo di Rifondazione comunista in Commissione giustizia alla Camera.

Qual è la differenza tra una legge (come i Pacs) e un contratto (come i Ccs) proposto da Rutelli?

Una legge ha anche una rilevanza esterna e, quindi, i diritti, i doveri e gli interessi reciproci stabiliti valgono nei confronti di tutti, comprese le istituzioni. Si pensi ai comuni e alle regioni, alle scuole in tema di diritto all’istruzione, agli ospedali per il diritto alla sanità, alla successione legittima in caso di decesso, alla reversibilità della pensione, al diritto alla casa, sono tutti diritti che hanno rilevanza esterna rispetto all’intera collettività. Un contratto, rispetto al quale non ci sarebbe bisogno neppure di una legge perché già previsto dal Codice civile, ha, invece, validità solo all’interno delle parti rispetto ai due soggetti che compongono l’unione civile. È evidente che se il contratto incidesse sui diritti o gli interessi di terzi che non hanno aderito al contratto, allora esso non avrebbe alcuna rilevanza. La differenza è, quindi, sostanziale e profonda, e distingue tra la necessità ed il dovere costituzionale e giuridico di regolamentare le unioni di fatto e quelli che sono rapporti interpersonali che non possono incidere su problematiche che interessano diritti/doveri o esigenze di terzi.

Sul fronte costituzionale c’è una battaglia in corso. È possibile che l’applicazione dell’Art. 2 della Costituzione possa violare l’Art. 29?

È una polemica strumentale e non corrispondente alla realtà, creata da una parte della gerarchia ecclesiastica. L’Art. 29 sancisce chiaramente che la famiglia è fondata sul matrimonio, ma non contrasta con l’Art. 2 che riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Sicuramente nel nostro ordinamento costituzionale la famiglia che nasce all’interno dell’istituto matrimoniale ha una valenza maggiore, ma affermare questo non significa escludere la possibilità di riconoscere diritti e doveri anche per unioni diverse, sia di carattere affettivo, sia di carattere solidaristico. La stessa Corte Costituzionale su questo punto è stata chiara: quando investita sul tema ha espressamente chiarito che il fatto che il matrimonio sia stabilito dall’articolo 29 della Costituzione non implica che il legislatore non possa regolamentare situazioni giuridiche, affettive, familiari, solidaristiche che non siano vincolate dal legame matrimoniale. In quelle sentenze della Corte, inoltre, c’è un espresso invito al legislatore di adeguarsi alla legislazione di altri Stati europei e a regolamentare legami di fatto che hanno diritto di tutela da un punto di vista costituzionale. L’Unione Europea su questo ha già formulato numerose direttive volte ad invitare gli Stati europei a riconoscere giuridicamente le coppie di fatto, siano esse omosessuali o eterosessuali. Malgrado queste direttive, l’Italia resta il fanalino di coda: in quasi tutti gli altri Paesi europei esiste una regolamentazione delle coppie di fatto, che va dalla possibilità di un vincolo matrimoniale tra coppie omosessuali ala parificazione di diritti e di doveri tra persone unite da vincoli non matrimoniali.

Qual è lo stato delle proposte di legge in Commissione giustizia? Esiste ancora la possibilità di un accordo bipartisan?

In Commissione abbiamo deciso di effettuare numerose audizioni prima di aprire la discussione generale, proprio per sentire le opinioni in merito di esperti, professori di diritto costituzionale, di diritto civile e di diritto comparato. Abbiamo ascoltato persone autorevoli come Rodotà o Dorigo, che si sono dichiarati non solo favorevoli ma hanno sottolineato l’obbligatorietà per il nostro ordinamento di intervenire su questo delicato tema che riguarda un gran numero di persone. Infatti, come ha ricordato Rodotà, negli ultimi 10 anni le unioni civili sono divenute il doppio rispetto a quelle matrimoniali, raggiungendo, così, un numero pari a 500.000 coppie eterosessuali.
Una audizione sicuramente rilevante è stata quella del professor Busnelli, ordinario di Diritto Civile all’Università S. Anna di Pisa, e indicato dall’Udc, che ha dichiarato di aver sostenuto, sino a 3 anni fa, l’inutilità del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, ma che ora ha ammesso che l’evoluzione della legislazione europea, l’evoluzione della realtà italiana, nonché un corretta interpretazione della Carta costituzionale, impongono oggi al nostro paese il riconoscimento giuridico e la regolamentazione delle unioni civili, che possono essere compiuti con modalità come quelle dei Pacs francesi, a cui lui ha riconosciuto significativa validità pur avendo divergenze di merito. Questo supera qualsiasi dubbio rispetto al clima positivo che si era creato in Commissione giustizia. La condivisione era molto più ampia di quella all’interno delle singole forze. Le polemiche degli ultimi giorni, in particolare le dichiarazioni di Rutelli, che probabilmente non è a conoscenza di questo percorso comune dei partecipanti alla Commissione giustizia, potevano essere evitate. Anziché portare unità ha portato contraddizione, anziché portare elementi di chiarificazione ha portato elementi di confusione su un tema su cui nel paese c’è, d’altra parte, un consenso molto ampio.

http://www.aprileonline.info/artico...

Messaggi

  • In ordine ai PACS, cosi’ spaventevoli per il Vaticano, che teme di perdere il suo controllo totalitario sulla famiglia, cellula fondamentale del suo potere, Gerardo Orsi scrive: "Perche’ tutelare solo le coppie? Anche gruppi piu’ numerosi di mutua assistenza potrebbero impegnarsi alla reciproca assistenza, alla condivisione di beni, ecc. Non sarebbero egualmente degni di tutela giuridica?"
    Concordo, e passo la proposta che mi sembra interessante. In un mondo che tende a somigliare a una giungla e dove i diritti del singolo sono sempre piu’ calpestati, mentre tutti parlano di riforme ma mai di tutele, i vincoli di solidarieta’ tra privati assurgono a una crescente importanza. Perche’ non chiedere allora maggiori protezioni legislative non solo a coppie di sopravvivenza ma anche a gruppi di sopravvivenza e di vicendevole aiuto? Potremmo chiamarli PSMS, Patti per Societa’ di Mutuo Soccorso.
    viviana