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Novecento, il dubbio degli sconfitti

domenica 10 settembre 2006

di Gabriele Polo

"La proposta del manifesto non mi sembrava chiara sul soggetto da mettere in campo. Per questo commisi l’errore di votarne la radiazione" Pietro Ingrao.

«Volevo la luna», ardenti vicende e tormentati ricordi che intrecciano la storia personale con l’esperienza collettiva del comunismo italiano. L’autobiografia di un protagonista della politica italiana «Noi siamo stati sconfitti, ma abbiamo vissuto un’esperienza straordinaria. Oggi, a volte, l’orizzonte della politica mi sembra diventato più piccolo e angusto»

Guardarsi alle spalle per riflettere su una vita intensamente politica, per raccontare le virtù di un mondo ma soprattutto e impietosamente i suoi «peccati», gli errori. In una confessione pubblica che non cerca assoluzioni ma ragioni. Pietro Ingrao manda in libreria Volevo la luna (Einaudi, pp. 376, euro 18,50) più che un’autobiografia un percorso di ricerca in cui racconta se stesso «come parte di un soggetto che si sentiva protagonista del mondo e del suo cambiamento». Il soggetto è il movimento comunista - meglio, il comunismo italiano - che è il centro di tutta la narrazione. Con i suoi problemi aperti.

Il ripensamento autocritico è il filo conduttore di tutto il libro. Cosa hai voluto trasmettere con questo tuo lavoro? La sensazione molto netta di una sconfitta di cui mi convinco alla fine degli anni Settanta, con la necessità di ragionare a fondo sulla nostra storia e sulla realtà, per riaggiornare le nostre categorie e riflettere sul soggetto politico. Dovevamo ridisegnare le nostre «mappe».

Vuoi dire che soltanto nelle sconfitte si può arrivare a scorgere le verità e a poterle dichiarare? E’ un’affermazione troppo secca, anche se forse per alcuni è così. Per me c’era il farsi strada della convinzione netta di una sconfitta concreta e drammatica. Pensa a che colpo fu per noi l’occupazione sovietica di Praga del 1968 che poneva fine a un tentativo di rinnovamento democratico del socialismo che noi in Italia sostenevamo. Tutto il nostro mondo era in subbuglio da tempo e noi eravamo un po’ fermi nell’elaborazione. Con il ’68-69, soprattutto in Italia, viene messo in discussione il concetto di rappresentanza - per quanto riguarda il sindacato nei metalmeccanici il processo è addirittura travolgente - e da lì sorge in me una domanda che riguarda l’agire politico in generale. Non solo cosa fa il Partito comunista italiano o cos’è l’Unione sovietica, ma proprio che cos’è la politica, più nel profondo la convinzione che il soggetto rivoluzionario sia, come scrivo nel libro, «un farsi del molteplice, l’incontro fluttuante di una pluralità oppressa che costruiva e verificava nella lotta il suo volto». E’ qualcosa di più di una critica da sinistra dello stalinismo.

Il ’68-69 sembrava essere una grande occasione che non annunciava nessuna sconfitta, anzi. Perché questa «occasione» non è stata colta dal Pci e, per esempio, non ti ha impedito di commettere - le parole sono le tue - un errore grave come la radiazione del gruppo del manifesto? Perché ha prevalso il primato della fedeltà all’organizzazione? Perché io non credo al minoritarismo. Con i compagni del manifesto c’era e c’è sempre stato un grande rapporto di solidarietà e amicizia, ma mi è parso che non ci fosse da parte loro una proposta valida sul tema del soggetto politico. Mi ricordo le discussioni con loro. Io conoscevo bene il Pci e avevo detto a loro: «Vi mettono fuori». Ma entrando più nel merito non trovavo in quella che facevano una proposta chiara sul soggetto da mettere in campo. Purtroppo, per parte mia, commisi l’errore pesante e assurdo di votare la loro radiazione. Questo limite nella costruzione di un nuovo soggetto poltico l’ho poi ritrovata in voi del manifesto, compresa l’esperienza che ho vissuto nella Rivista degli anni ’90. Un minoritarisimo di testimonianza che non mi ha mai persuaso.

Quindi la tua autocritica è essenzialmente etica, come di fronte a un peccato... No, non faccio valutazioni morali. Fu un doppio errore, il mio. Il primo senza dubbio umano, abbandonavo i miei amici. Soprattutto la radiazione fu una scelta politicamente stupida, non apriva una discussione positiva, non faceva avanzare la coscienza comune valutando e comprendendo le ragioni del dissenso in campo. Però allora ci fu una grande discussione nel Partito comunista, in tutte le federazioni, gli atti furono pubblicati...Ma era già tutto stabilito dall’inizio, quella discussione fu solo una formalizzazione di una decisione già presa. Invece bisognava usare quella frattura per misurarsi con la crisi del leninismo. Tale era il nodo da affrontare.

A proposito di leninismo, sempre nel passaggio sul manifesto, tu parli di fare i conti «con il suo doloroso tramonto». Quel «doloroso» sembra quasi un lamento, come a dire che bisogna ammettere quel fallimento ma che si è in presenza di un’assenza di alternative, di fronte a un vuoto. Dire che non c’era alternativa è troppo povero e alla fine inutile: ma sicuramente il cibo di cui ci eravamo nutriti non era più utilizzabile. Tutti sapevamo che nell’Urss non c’erano più interlocutori. Ma il vuoto di cui tu parli è più forte proprio in assenza di una riflessione sulla necessità di creare un nuovo soggetto che sia frutto della «molteplicità» di cui parlavo prima.

Il «molteplice» prevede un grande senso della democrazia non solo come serie di regole da rispettare, ma soprattutto come pratica, a partire dal rispetto del dissenso. Era proprio così impossibile, prima degli anni ’70, permettere la manifestazione del dissenso fuori da ristretti gruppi dirigenti? Di fatto è stato così. Chi dissentiva la pagava duramente, fino a metodi polizieschi, soprattutto nella vecchia guardia. Come scrivo nel mio libro erano tempi difficili...

Tempi difficili ma molto «pieni». Oggi magari sono più facili ma forse ti appaiono più «vuoti». La domanda è provocatoria perché si potrebbe accusare un vecchio come me di nostalgia per la sua gioventù. Io però non voglio cancellare un grande fatto che ha segnato l’Italia: noi siamo stati sconfitti, ma abbiamo vissuto una stagione straordinaria, che ha fatto crescere un’esperienza di milioni di persone che hanno fatto politica cambiando il paese, democratizzandolo. E, poi, il nostro orizzonte non guardava solo all’Italia: eravamo parte di un «mondo» e di una pratica collettiva alta e vitale in tante parti del pianeta. Quando sono andato in Vietnam e sono sceso nelle città sotterranee costruite per sfuggire ai bombardamenti americani, io in quei cunicoli bui divisi da muri di fango mi sentivo in uno spazio aperto e illuminato da una lotta creativa. Oggi, a volte, l’orizzonte della politica mi sembra diventato più piccolo e angusto.

Ma allora il tuo dirti comunista ancor oggi, nonostante la sconfitta, gli errori e le autocritiche, è legato più a questo passato che all’oggi? Noi - quelli della mia generazione - non siamo riusciti a trovare la risposta alla crisi indiscutibile del leninismo-stalinismo. E, prima di tutto per questo, siamo degli sconfitti. Però, da un lato in questo paese ci sono state milioni di persone che sono cresciute anche culturalmente nella lotta politica e che sono state una parte decisiva dell’esperienza democratica italiana; d’altro canto oggi continuo a vedere milioni di oppressi nei drammatici mutamenti della globalizzazione. E, poi, vediamo il riemergere apologetico della guerra come realtà pressante e distruttiva che dilaga nel mondo, mentre è stata cancellata dal vocabolario la parola disarmo: non c’è più nessuno che la pronunci, nemmeno voi sul manifesto. Non ti sembrano buoni motivi per continuare a dirsi comunisti e a lavorare per la costruzione di un soggetto politico su scala necessariamente internazionale? Scusa la digressione: tu hai ammesso nel tuo libro gli errori che hai fatto rispetto al gruppo del manifesto. Quali errori commette oggi il manifesto nei confronti dei suoi lettori e della sinistra? Ma perché mi fai questa domanda?

Perché ci interessa l’opinione di un lettore importante che è stato anche direttore di un giornale politico. Va bene. Allora diciamo che a volte - scusa l’impertinenza - sembrate una setta aristocratica. E lo dico con tutto l’affetto possibile e l’interesse per quello che scrivete.

Torniamo al libro, al suo titolo, «Volevo la luna». La senti più lontana o più vicina di un tempo quella luna, metafora di un mondo diverso? Ti ripeto che questo è un libro che racconta una sconfitta...

Ma non pensi che questa tua ricerca lunga una vita sia stata in qualche modo utile e fruttuosa? Per gli altri non spetta a me dire. Per me sicuramente è stata utile e fruttuosa. La passione politica mi ha fatto capire il mondo ed è diventata un pane necessario. La «luna» mi sembra ora un po’ più distante: non rispetto all’inizio del mio percorso, ma negli ultimi anni mi pare essersi un pochino allontanata. Io sono arrivato alla politica sotto la spinta di una necessità. Come tanti altri della mia generazione e della mia estrazione sociale avrei voluto fare altre cose - il cinema, per esempio. Poi sono stato spinto dagli eventi, a calci nel sedere; e la guerra civile spagnola è stato il momento di passaggio che mi ha trascinato nella lotta politica. Da lì è cominciato un cammino che mi ha riempito di cose straordinarie, che mi ha fatto uscire dal guscio dell’individualismo entrando in comunicazione con milioni di esseri umani. Questa è stata l’esperienza dei comunisti italiani. Però è andata in crisi la forma che ha storicamente assunto il soggetto politico. Questo oggi mi sembra pesante, persino doloroso, perché non vedo una risposta all’altezza degli eventi che sono maturati. La mia generazione ha pagato il prezzo di una forma restrittiva della molteplicità (ricordi il mio discorso di prima?) dell’attore politico. Qui è l’enorme, straordinario campo dell’innovazione. Il senso del mio libro, alla fine, si riduce tutto nel fornire il mio piccolo ragionamento per questa grande e nuova ricerca.

il manifesto, 9 settembre 2006