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GS COMO : Ora e sempre ANTIFASCISTI

mercoledì 13 aprile 2005

...come ieri, lungo i sentieri della libertà e delle lotte sociali,

ORA E SEMPRE RESISTENZA...

La lotta antifascista di migliaia di donne e di uomini nella Resistenza è stata scelta coraggiosa di LIBERTA’, di DEMOCRAZIA e di CIVILTA’.

Oggi, queste conquiste sociali e politiche sono duramente attaccate e messe in discussione dal governo delle destre. Sono molti i segnali inquietanti, anche nella nostra città di Como, sono segnali che negano le libertà, che negano i diritti, che incarnano nuove forme di autoritarismo e di dominio.

I partigiani non hanno lottato solamente per liberare il paese dalla dittatura nazifascista, hanno avuto la capacità ed il coraggio di pensare ad orizzonti alternativi, hanno incarnato la forza di un ideale, hanno costruito la più grande battaglia di massa, legando la LIBERAZIONE dal fascismo a quella dal capitalismo.


Difendere il 25 aprile è difendere la Costituzione

Con l’approssimarsi del 60° anniversario della Liberazione si riaccende la polemica sul valore di questa data. Ne parliamo con gli storici Adolfo Pepe, Angelo D’Orsi e

di Giovanni De Luna

Una data scomoda, che ha sempre diviso l’Italia, malgrado ricordi la liberazione dal nazifascismo. Un vero e proprio paradosso della storia del nostro paese, emblema di una divisione accentuatasi in questi ultimi vent’anni ma in realtà sempre presente, seppur con modalità diverse. Stiamo parlando naturalmente del 25 aprile. Con l’approssimarsi della ricorrenza, che quest’anno coincide con il sessantennale, le polemiche, mai sopite, si riaprono. E, come dice Simonetta Fiori ne La Repubblica di due giorni fa «quel che colpisce nella discussione degli ultimi anni, è il riproporsi di temi, sensibilità, ragionamenti che ci scaraventano indietro di mezzo secolo e più.» L’occasione, per il giornale diretto da Ezio Mauro, è stata la presentazione del libro di Filippo Focardi La guerra della memoria. La resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi (Laterza, pp. 364, euro 20.00), del quale ha parlato anche il Corriere della Sera, insieme al testo di Roberto Chiarini 25 aprile. La competizione politica sulla memoria (Marsilio, pp. 121, euro 9.00).

Come dicevamo all’inizio di questo articolo, e come ribadiscono i due autorevoli giornali, la data del 25 aprile ha sempre diviso il bel paese, dagli anni ’50, quando la Dc non esitò, e con il governo Tambroni raggiunse il suo apice, a tendere la mano ai neofascisti del Movimento sociale, lasciando di fatto la ricorrenza della Liberazione solo alla sinistra, fino ai giorni nostri, con il tentativo di riabilitare i belligeranti della Rsi e la proposta, fatta propria recentemente da Marcello Dell’Utri, di abolire quella data. Abbiamo chiesto a tre storici autorevoli che cosa pensano del dibattito in corso e delle difficoltà, ancora oggi, di unire un intero paese e di dare un giudizio definitivo sul ventennio e sull’antifascismo. Adolfo Pepe, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università di Teramo e direttore della Fondazione Giuseppe Di Vittorio è radicalmente polemico «nei confronti di ogni ipotesi di revisionismo. Fino al tentativo di usare appunto il revisionismo, e di questo si sono fatti interpreti sia Repubblica che Corriere, per indurre una sorta di forzatura identitaria e patriottica intorno all’unità nazionale. Il tema che l’Italia debba per forza ritrovare una memoria condivisa esce smentito continuamente. La storiografia non può avallare un’operazione del genere e non la può avallare per una ragione politica sia essa attuale o futura.» Per Pepe il 25 aprile non può essere un momento di unificazione del paese proprio per le modalità con le quali a quella liberazione si arrivò: «Non è stata una data - sottolinea lo storico - che ha visto il concorso politico, ideale e morale di tutte le forze sociali e politiche del paese. Intanto sono fuori da questo contesto le destre fasciste, perché quella è stata una festa del popolo e delle forze politiche che hanno combattuto e battuto il fascismo. Da questo nasce tutto. E nel secondo dopoguerra tutti coloro che hanno fatto riferimento in qualsiasi modo ad una forma di concezione politica di "destra" hanno trovato una sorta di estraneità alla repubblica democratica, perché quella repubblica aveva una Costituzione che era stata promulgata sostanzialmente contro una parte politica.»

Pepe, che coglie l’occasione per puntare l’indice contro le dichiarazioni di Massimo Cacciari sulla fine dell’antifascismo e della Resistenza, ricorda il ruolo delle classi lavoratrici: «La Resistenza è soprattutto un atto identitario, storico ma anche attuale, del movimento dei lavoratori. Questo è il punto di fondo: la liberazione del paese è in larga parte opera del mondo del lavoro. Ed è vero che una vasta zona del paese non prende le armi. Ma quella vasta zona che non prende le armi è a sua volta composta essenzialmente da un nucleo consapevole di cui i lavoratori organizzati sono la parte più lucida che combatte apertamente - con la lotta sociale, gli scioperi, il sabotaggio, la difesa degli impianti - il fascismo morente, il fascismo in guerra, il nazismo e la Repubblica sociale. Per queste forze oggi difendere il 25 aprile significa ribadire l’importanza che loro hanno avuto e continuano ad avere nella vita politica e sociale del paese.»

Per Angelo D’Orsi, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino, il tentativo di cancellare il 25 aprile risale agli anni ’80 «quando comincia a configurarsi un movimento politico-ideologico revisionistico. Già alla fine di quel decennio si arriva in realtà a mettere a fuoco il nodo fondamentale che non era né il fascismo né la Resistenza ma l’attacco alla Costituzione repubblicana. La polemica sulla Resistenza era in realtà funzionale al punto di arrivo, ovvero al cambiamento della carta costituzionale.» D’Orsi ricorda gli attacchi di Renzo De Felice: «La base di quel movimento rimane l’ultimo De Felice, che, in maniera ormai sempre meno scientifica e sempre più ideologica, aveva sminuito enormemente la stessa natura della Resistenza, dilatando la cosiddetta "zona grigia" del paese, riducendo ai minimi termini, anche numerici, il fatto resistenziale, sostenendo che si trattò di un episodio riguardante un’infima minoranza e che agli italiani non gliene importava niente. Su questo c’è stata poca opposizione, che ovviamente non doveva essere un’opposizione politica, ma storiografica. Vale a dire dimostrare attraverso i documenti e la ricerca che la Resistenza è stata un grande fatto e che nessuna resistenza, neanche quella irachena, può sopravvivere e può vincere senza un appoggio popolare diretto o indiretto.»

D’Orsi non vuole dimenticare che il sacrificio maggiore nel combattere i nazifascisti è stato pagato dai partigiani comunisti: «Di gran lunga coloro che hanno pagato il prezzo più alto in termini di vite stroncate od offese sono stati i comunisti che, in questo senso, sono stati i primi difensori e costruttori della democrazia in Italia.»

Giovanni De Luna, professore di Storia dell’età contemporanea presso l’Università di Torino, ricorda le modalità con le quali è stato ricordato il 25 aprile, sempre strettamente legate al momento politico: «Abbiamo avuto i 25 aprile degli anni ’50 che erano segnati da una vera e propria discriminazione nei confronti della Resistenza. Per esempio il 25 aprile del 1955, ovvero in occasione del decennale, il ministro della Pubblica istruzione di allora emanò una circolare con la quale invitava le scuole a ricordare la nascita di Guglielmo Marconi. Durante quegli anni il 25 aprile fu dunque ricordato e celebrato sempre di malavoglia e in tono minore.

Contrariamente a quanto avvenne negli anni ’60 e ’70 in cui effettivamente quella data tornò ad essere il paradigma di fondazione dell’Italia repubblicana per poi tornare, negli anni ’80, di nuovo svuotato di significato e ritualizzato. Poi però c’è stato il 25 aprile del ’94 dopo la vittoria di Berlusconi, vissuto con grande passione e rivendicazione di identità. Insomma il 25 aprile, come tutte le date politiche, è in qualche modo in grado di intercettare quelli che sono gli umori del momento.» Per De Luna, quello di quest’anno, da questo punto di vista è uno dei peggiori: «Cade, a parte l’avanzata elettorale della sinistra, in un momento in cui un governo ha messo mano alla Costituzione, che è il prodotto più autentico di quella stagione. Non si può certamente parlare di 25 aprile ignorando il 2 giugno e, negli anni, diventa sempre più netta la consapevolezza che in realtà le due date sono intrinsecamente legate: il 2 giugno, giorno di un referendum libero e di elezioni libere per l’Assemblea costituente con la partecipazione di più del 90% degli italiani non poteva essere possibile senza l’insurrezione, senza quella pagina scritta dalle forze dell’antifascismo. Quello che ha evitato alle elezioni italiane di essere una caricatura come quella delle elezioni irachene e di essere un vero e proprio momento di riappropriazione degli italiani della democrazia è stato il 25 aprile. E quello che preoccupa non è tanto l’attacco al 25 aprile ma al 2 giugno, cioè alla carta costituzionale.»

articolo tratto da Liberazione del 9 aprile 2005

http://www.giovanicomunisticomo.org/nuova_pagina_25.htm

Messaggi

  • daccordo su tutti gli eventi e le ingiustizie del passato!Avete proprio ragione...oggi, come avete detto voi, molti cercano di negare i diritti, la libertà e io mi incazzo un bordello quando mi toccano questi, in particolare la libertà perchè credo che senza quella un uomo non avrebbe niente, nemmeno se stesso! Ma vorrei chiedervi una cosa...come fate voi, di fronte a questi segnali inquitanti a affermare il vostro desiderio di libertà, democrazia e civiltà? Sembrate persone ben informate e con un ideale ben preciso...ma nelle vostre giornate come affermate questo vostro ideale, se ci tenete veramente vorrete mostrarlo in tutto ciò che fate...come ci riuscite?Grazie