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STORIA : Charonne, 8 febbraio 1962

lunedì 13 febbraio 2006

Intervista realizzata da Lucien Degoy e Charles Silvestre Tradotto dal francese da karl &rosa

Quarantaquattro anni fa, mercoledi’ 8 febbraio 1962, la polizia di Maurice Papon, che aveva già massacrato gli Algerini il 17 ottobre 1961, assassinava, a Parigi, métro Charonne, nove manifestanti anti-OAS, membri della CGT, in maggioranza comunisti, che avevano risposto all’appello dei sindacati CGT, CFTC, UNEF, del PCF e del PSU. Lo choc nell’opinione pubblica fu enorme e le esequie, il 13 febbraio 1962, presero una dimensione storica.

Intervista, per l’uscita, di una grande opera di Alain Dewerpe, storico della Ecole des hautes études en sciences sociales.

Da qualche anno si vede materializzarsi nell’opinione pubblica un bisogno di verità riguardo alla guerra d’Algeria, all’uso della tortura, al sistema coloniale. Lavori importanti sono stati pubblicati sull’esercito, sulla giustizia. Il Suo lavoro si inscrive in un processo di chiarificazione in corso su questo periodo?

Alain Dewerpe. L’apertura di archivi finora chiusi, il passare delle generazioni, cioé la scomparsa di alcuni protagonisti, permettono oggi un racconto critico e saggio sulla storia della guerra d’Algeria, testimoniato dai lavori di cui Lei parla. Trattandosi di Charonne, non ci sono misteri da svelare sullo svolgimento dei fatti. Dai giorni successivi alla manifestazione, si poteva leggere su Le Monde, l’Humanité, Libération di allora, l’Express, cio’ che era realmente successo. Ma oltre a stabilire i fatti occorre metterli in ordine, spiegarli, comprendere cio’ che li ha resi possibili e l’eco che hanno avuto.

Il funerale dei morti di Charonne ha richiamato uno dei più grandi cortei della storia del XX secolo. Le ricadute politiche ed ideologiche di questo massacro sono state considerevoli. Come ha potuto il potere dell’epoca progettare coscientemente a un tale dramma?

Alain Dewerpe. Più si sale verso il vertice del potere, più la decisione della repressione ed il suo contesto sono opachi, poiché si dispone di poche fonti per vedervi chiaro. Cosa c’é esattamente nella testa del ministro degli Interni, Roger Frey, del primo ministro, Michel Debré o del capo dello Stato, il generale de Gaulle, quando vietano la manifestazione, permettendo l’esercizio della violenza poliziesca? Probabilmente non si sono detti che l’8 febbraio ci sarebbero stati nove morti e centinaia di migliaia di persone in strada per il loro funerale, il 13 febbraio. Invece non vi é dubbio che far disperdere manifestanti anti-OAS da poliziotti che non condividono le loro idee, e con dei bastoni, equivale a rischiare l’assassinio. Cosi’, il governo non ha bisogno di dar l’ordine di uccidere, ma le ragioni, le abitudini, i comportamenti prevedibili dei diversi protagonisti fanno si’ che un esito mortale sia possibile, anzi probabile.

Questo libro avrebbe potuto chiamarsi antropologia di una bugia di stato?

Alain Dewerpe. Il governo ha tentato di convincere l’opinione pubblica che non era affatto responsabile e che c’era stata una sommossa. Ho affrontato di petto questo problema della bugia, dicendo che ci sono persone che mentono ed altre che dicono la verità. Il che é un po’ rischioso per uno storico, dato che gli storicipreferiscono accordare la loro parte ai diversi racconti possibili, alle verità antagoniste, alle logiche plurali. Ad esempio, si poteva utilizzare le narrazioni divergenti contenute nell’inchiesta preliminare del sostituto procuratore Langlois, condotta a febbraio e marzo 1962, che fornisce un buon posto di osservazione di questi punti di vista differenti. Ma, dato che queste divergenze riguardano questioni di fatto (la polizia ha attaccato un corteo pacifico in corso di spostamento? Oppure: dei sediziosi hanno attaccato la polizia, che ha dovuto difendersi?), occorre risolversi a decidere, il che equivale ad interrogarsi sulla costruzione della menzogna politica. Nel caso dell’8 febbraio, il delitto di stato é chiamato la menzogna di stato.

Lei non ha avuto accesso a tutti gli archivi e certi documenti sono scomparsi...

Alain Dewerpe. La quasi totalità delle domande di deroga, necessaria per la consultazione degli archivi recenti, che ho fatto hanno avuto esito positivo. Ma é vero che alcuni fondi sono stati mutilati, come, ad esempio, le comunicazioni sull’ordine pubblico nella metropoli fatte dal ministro degl’Interni al Consiglio dei ministri, o certi dossier della questura. Peraltro, l’Eliseo vieta tuttora la comunicazione degli appunti presi in Consiglio dei ministri dal segretario generale della presidenza della repubblica, e questo, quarant’anni dopo, lascia perplessi.

Come spiegare la quasi identificazione di Charonne con la storia comunista? Il corteo era molto più largo, politicamente parlando...

Alain Dewerpe. Al momento dei fatti e benché non sia vera né politicamente né giuridicamente, l’attribuzione della manifestazione al solo Partito comunista proposta dal governo gaullista é in fase con una parte dell’opinione pubblica, presso la quale l’anticomunismo é forte. Più tardi, bisogno tener conto del modo in cui la memoria dell’8 febbraio é stata costruita dai diversi protagonisti, con espliciti ed aspri conflitti di appropriazione. Ma se la CGT ed il Partito comunista sono stati i principali e, in certi momenti, i soli vettori di una commemorazione istituzionalizzata dell’8 febbraio, la manifestazione appartiene anche pienamente alla storia ed alla memoria della CFTC-CFDT, dell’UNEF o del PSU.

Il libro finisce con un lungo capitolo dedicato alla relazione fra il 17 ottobre 1961 e l’8 febbraio 1962. Lei fa vedere che il valore del 17 ottobre sembra progredire nella memoria via via che diminuisce quello dell’8 febbraio. Perché prendere di petto la storia di questo rapporto?

Alain Dewerpe. Sarebbe impensabile oggi analizzare la memoria dell’8 febbraio senza osservare la sua relazione con altre memorie di lotte anticolonialiste ed in particolare con quella del 17 ottobre. E si dovrebbe anche studiare le relazioni fra queste ultime e le memorie colonialiste, OAS o Algeria francese, in questo gioco di rapporti incrociati e conflittuali che definiscono la memoria collettiva francese. E’ un problema complicato, che dev’essere affrontato con spirito critico, ma anche con la prudenza che esige un oggetto cosi’ fortemente affettivo. Ho voluto descrivere anzitutto il modo in cui si é parlato dei due avvenimenti ed analizzare in particolare come il ricordo del 17 ottobre sia stato, solo a partire dagli anni 80, associato all’idea, largamente diffusa oggi, di un occultamento della manifestazione algerina causato dal riferimento esclusivo all’8 febbraio. La memoria del secondo avrebbe cancellato quella del primo. Cosa vuol dire che la memoria di un avvenimento occulta quella di un altro? La risposta non va da sé. Tanto meno dato che la cronologia ha un ruolo importante: se, ad esempio, l’Humanité ha specialmente informato i suoi lettori della repressione del 17 ottobre e ne ha ripreso il ricordo l’anno seguente, il giornale é rimasto silenzioso in seguito fino al 1976, prima di commemorarla in modo quasi sistematico a partire dagli anni 80. E se l’Humanité ha commemorato ogni anno l’8 febbraio, le altre testate della stampa francese, specialmente prima del 1982, per parte loro non lo hanno quasi fatto (ed alcune non lo hanno fatto del tutto). Anche le ragioni del silenzio sul 17 ottobre non mi sembra che possano essere spiegate solo con il potere d’amnesia derivante dal ricordo dell’8 febbraio e dalla politica commemorativa del Partito comunista.

Cosa vorrebbe che il lettore ricordi del Suo lavoro?

Alain Dewerpe. Che lo studio di un avvenimento singolo puo’ permettere di affrontare questioni più generali: la violenza di stato, le relazioni fra i cittadini ed i governanti davanti allo scandalo civile che questa rappresenta, la menzogna politica, i modi in cui la società francese si adatta (o non si adatta) alle morti politiche e cio’ che essa fa dei suoi ricordi. Queste questioni, si sa, sono di scottante attualità. Questo libro di storia puo’ anche essere letto come un contributo al dibattito civile di oggi.

http://www.humanite.presse.fr/journal/2006-02-07/2006-02-07-823528