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Seveso - Trent’anni dopo, il dirigente Icmesa accusa: l’allarme dato in ritardo

lunedì 10 luglio 2006

"Seveso, tutti i silenzi sulla diossina"

Trent’anni dopo, il dirigente Icmesa accusa: l’allarme dato in ritardo

La nube tossica, i danni alla pelle dei bimbi e gli animali abbattuti L’anniversario del disastro che devastò un paese

di LUCA FAZZO

MILANO - "Si spesero ottocentomila franchi invece dei sette milioni del progetto originario. Si risparmiò sugli strumenti di misurazione. E venne cancellato un recipiente di recupero in caso di esplosioni. Se quel recipiente ci fosse stato, la diossina non sarebbe uscita dallo stabilimento dell’Icmesa".

Domani saranno passati trent’anni. Jorg Sambeth era il giovane direttore di produzione del gruppo Hoffman La Roche. Lo chiamarono da Seveso mentre era in vacanza sulle montagne svizzere: «È scoppiato il reattore». Era l’inizio della tragedia di Seveso, la contaminazione che avrebbe devastato un pezzo di Lombardia mettendo per la prima volta l’Italia davanti al lato più cupo del boom economico e dell’industrializzazione selvaggia. Per la legge italiana, Sambeth è uno dei colpevoli di quel disastro: cinque anni di condanna in primo grado, uno e mezzo in appello. Durante il processo, ha scelto la linea voluta dall’azienda: incidente imprevedibile. Ma quando si è convinto di essere stato un capro espiatorio, ha raccontato la sua verità in un libro. Il libro è diventato un film: Gambit di Sabine Gisiger. In Svizzera, dove Sambeth vive, il film è stato visto e applaudito. In Italia, nel paese dell’Icmesa, il film non è mai arrivato. Non lo hanno voluto le sale. Non lo hanno voluto neanche le librerie.

Eppure gli ultimi dati dicono che la storia di Seveso non appartiene solo alla memoria. Nella zona in cui quella mattina di luglio si sparsero i veleni dell’Icmesa, quest’anno mancano all’appello venti neonati maschi. Il rapporto delle nascite, che da sempre vede venire al mondo più bambini che bambine, a Seveso si è invertito. I medici non hanno dubbi: il motivo è nella nuvola di trent’anni fa, che ha cambiato senza ritorno gli organismi di quelli che allora erano ragazzini, e che oggi sono padri.

I ragazzini del 1976 continuarono a giocare a lungo nei campi invasi dalla diossina prima che qualcuno lanciasse l’allarme. Il reattore scoppia il 10 luglio 1976. I primi, cauti, provvedimenti sono del 15. Solo il 17 la notizia finisce sui giornali. Solo il 26 luglio inizia l’evacuazione della "zona A". Un ritardo che Sambeth spiega senza eufemismi. «Ci vollero cinque giorni perché venisse convocata una unità di crisi. Il presidente era in viaggio in Brasile. Il numero due disse: non si parla. Le società non dovevano essere nominate e non doveva essere nominata la diossina. Era successo un incidente durante la produzione del triclorofenolo e basta. La linea era: non sappiamo cosa è successo esattamente, vi informeremo a tempo debito, fino ad allora non c’è pericolo per nessuno».

Fin da subito, i vertici dell’azienda sapevano che l’esplosione del triclorofenolo - la sostanza base per la produzione del tranquillante Valium - aveva sviluppato e liberato diossina. Ma non lo dissero, lasciando i medici italiani a interrogarsi su quelle macchie che invadevano le facce dei bambini di Seveso. «Resistetti tre giorni - racconta Sambeth - poi venni di nuovo in Italia. Non dire ai medici che curano gente ferita di cosa si tratta, pur sapendolo... Non è possibile. Come fa il dermatologo a riconoscere che si tratta dell’inizio della cloracne, che è stata la diossina?». Sambeth parlò, e l’Italia scoprì una nuova parola: diossina.

Per 447 persone, soprattutto bambini, ci furono danni alla pelle, a volte terribili. Quattromila animali domestici morirono, migliaia dovettero venire uccisi. Centinaia di abitanti vennero evacuati e le loro case abbattute. Solo pochi giorni fa la Regione Lombardia ha dato lo status di parco naturale al Bosco delle querce, l’area verde di sessantadue ettari realizzata dopo la bonifica sul luogo del disastro. Si è persa la memoria di quella farsa che fu la sparizione dei 41 fusti con la diossina, ritrovati dopo una caccia interminabile in una discarica francese e inceneriti infine in Svizzera. E senza risposta è rimasta la domanda sollevata nel 1993 dal giornalista tedesco Ekkehard Sieker in un suo film: la diossina dell’Icmesa era davvero una conseguenza non voluta della produzione di triclorofenolo, o era un’arma chimica deliberatamente prodotta per il mercato bellico?

Quando gli si parla di questo, è come se a Sambeth un nuovo fantasma attraversasse lo sguardo. «Sì, l’impianto era così concepito che ci si poteva domandare: sembra fatto apposta per questo». Ma più in là non va. Di fantasmi, forse, gli bastano quelli che si porta dentro da trent’anni.

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